NO, NIENTE..
Il silenzio. Volteggia tra me e yasser. Distaccato sulla sedia di fronte. Non gliene importa nulla. Lui è li che spande muschio bianco nell'aria. E invece di spalancare i polmoni mi sento soffocare. Lentamente. Troppo lentamente perchè sia sopportabile. Gli occhi. Chiusi i tuoi. Gonfi i miei. Di plastica i suoi. Impossibile comprendersi. È già tanto tollerarsi. In quasti primi cinque minuti di convivenza. Non sono triste. Non sono felice. Vogliamo chiamarla angoscia? Non sono stanco ne riposato. Forse sfinito. Da tutta questa impotenza. Da tutta questa importanza. Che puoi cambiare solo nella nostra banca. Filiali che aprono e chiudono senza preavviso. A volte stai davanti allo sportello per anni. Con la tua impotenza nella destra e la tua importanza nella sinistra. Sperando che riapra. Poi te ne liberi. E ricominci ad accumulare. Senza sapere per quale dannato motivo. Accumuli. Senza sapere. Senza potere. Volendo, a volte. Altre chiudendo a riccio le braccia. Per non sentire i colpi. Per non cedere. Mentre hai già ceduto.
Per non cadere. Mentre sei già a terra. Per non scivolare, mentre stai volando 200 metri più in basso. Per non lasciarti fottere di nuovo, mentre stai decollando.
Produci. Consuma. Crepa.
Produci. Consuma. Crepa.
Produci. Consuma. Crepa.
Ama. Soffri. Decomprimi.
Ama. Soffri. Decomprimi.
Ama. Soffri. Decomprimi.
Ama. Soffri. Crepa. Se fai in tempo.
Sentiti buono. Per essere vivo. Sentiti stronzo. Per essere vivo. Sentiti vivo. Perchè non hai molto altro da fare. Mentre mi osservi con quelle labbra. Mentre non mi osservi più, con quelle labbra. Mentre l'unico modo di non sentirsi soli, è mandare in loop la colonna sonora di una notte qualsiasi. La colonna odorosa di un mattino qualsiasi. Mentre lettere casuali sul paroliere disegnano schemi a cui non abbiamo giocato, che non abbiamo scandagliato con chimica precisione. Mentre la mia bolla arrogante fatica a richiudersi dietro un cesareo fallito, anche se perfettamente riuscito. Mentre il Danubio bello e blu scorre tranquillo e lento nel suo letto. Nel nostro letto. Per unirsi alla Sava poco sotto le nostre ginocchia. Unite sinistro sinistro destro destro. Ventri e vertebre. Spaccate e mai più guarite. Che fanno male quando cambia il tempo. Di un dolore che sa di vecchio. Di già visto. Di già sentito. Di nuovamente nuovo. Ultime quattro lombari e prima sacrale? Credo di si. Ma non ci giurerei. Non posso. Non ho figli. L'ultimo si è accasciato su un disegno a forma di pesce. Non era abbastanza forte. Per una foto di famiglia. Ne avrebbe avute, da raccontare. Più di chiunque altro messo insieme.
Riportato a casa da un Ulisse rumoroso e ormai sfiancato da un chilometraggio elevato. Così delicato, nel traghettarmi dall'altra parte di qua. Una delicatezza che puzza di imbroglio e di gasolio. Di mandarini troppo economici per essere dissentanti, anche se tanti. A qualche anno dal senso di occidente che mi dà questo autogrill pieno di vuoto. Senza che riesca nemmeno a vuotarmi il the al limone, o te al limone, sulla maglia. Rigorosamente blu. In questa notte. Rigorosamente blu. Rigorosamente transitoria, tra il bello e il cattivo tempo. Fatto dall'uomo dei tempi. Un triangolo cieco, ma con un naso da porco. Rigorosamente asincrono, come i file scaricati male e riprodotti peggio. Brindiamo a questa. Questa cosa? Cosa, cosa? No, niente. Pensavo ad alta voce. Scrivevo ad alta voce. Distrattamente. Mentre distrattamente cambiavo di stanza e distanza. Con abnegazione, annegazione e costanza. In un mare blu. Blu come il bel danubio blu. Che poco più in basso si unisce con la sava. Poco sotto le nostre ginocchia. Tra la vigliaccheria e le tazze. Tra la pancia e i piedi. Tra la pancia che unisce e i piedi che dividono. La solita bilancia. Con un piatto incollato. Così non vale. Non vale più.