Aggirarsi con fare scaltro tra i vari reparti. Percorrere con curiosità il perimetro degli scaffali di questo quieto ipermercato chiamato esistere. Scegliere spinti dalla non conoscenza. Dalla diffidenza verso uno un sapore mai provato. Scartare tutto ciò che si sa già essere disgustoso. E puntare dritti verso la confezione più appetibile. Portarsela via, se si riesce a pagare il prezzo pattuito. Tempo. Sforzo. Dolore. In attesa delle mani. Che la facciano roteare fino a individuare il ventre molle di tutto l’involucro. E gustarsi finalmente quel vuoto così familiare. Così sereno. Così rassicurante. Nel suo essere uguale al mio.