Oggi mi hanno chiesto come immagino il mio funerale (certa gente non si fa mai i cazzi suoi). Ecco, io me lo immagino così: tutti vestiti da orsa. Pure io, certo. Immaginatevi la scena. Camera ardente. Orse che fanno l’ultima visita, la cosiddetta visita al morto, e poi parlottano tra loro in corridoio, cercando di evitare lo sguardo di quelli della camera ardente a fianco. Decine e decine di orse col tutù che seguono un carro funebre. Alcune che banalmente piangono, altre che si fanno gli affari loro. Ma senza la tranquillità di un funerale mimetico. È che detesto il dolore di piazza. Meglio l’imbarazzo. Quello almeno è genuino. Mi hanno chiesto anche come immagino il mio matrimonio. Ma ho fatto finta di non sentire. Non avrebbero voluto saperlo..
Tutti gli archetipi di un sogno rivelatore. Compreso me, che mi sveglio di soprassalto. Compreso me, che alle sei del mattino, davanti a uno schermo, traccio come posso una cronaca, se non del sogno, del suo finale. Cioè me che scrivo. Che almeno qualcosa rimanga. Qualcosa su cui riflettere. Sarà un messaggio subliminale, quello che mi mandi? Sarà la solita metacomunicazione, non potendo alzare il telefono e dirmi quello che succede, mi arriva per vie traverse. Una traccia lasciata da qualche parte, che poi germina la notte, sparando il suo messaggio come un carosello pubblicitario. Insolito. Ma funzionale. Non ti avrei mai creduta, altrimenti. Non ti avrei forse, nemmeno ascoltata. Come si fa da svegli, del resto. Si sente. Si ignora. A volte si lecca. Più spesso ci si lecca. E ci si scopre a sbrirciare, ancora, ogni tanto. Da quella parte. E a pensare chissà. E dopo il chissà, pensieri diversi, a seconda dell’umore. Io sto bene. Proprio ora. Proprio qui. Non è mica colpa mia. E in definitiva, non ho tracciato proprio nulla, solo mangiato qualche cosa, fumato, rotto il cazzo ai vicini con la musica, e recuperato la voglia di dormire. Almeno quella. Di dormire senza sogni. Per stanotte, sono a posto così.