La stagione è cambiata, ci sarà un'altra primavera. Basta aprire le finestre. Non prima di aver capito cosa c'era, nell'aria di quell'altra primavera, che dava così fastidio agli occhi.
per gentile concessione di occhidadonna.splinder.com
Le emozioni. Gli odori di una primavera intera. Sparsi sul soppalco. Tra le pieghe del piumone, e quelle del tempo che ci siamo prestati. Come mutui al consumo. Subito estinti. Lo specchio. Che proiettava intorno, dalla nuca alle caviglie, i margini esterni di due angosce infantili. I lanci dal molo. Il molo audace. A contare quante volte rimbalza sulla superficialità, un'amore. Prima di affogare. Una schiena che cola sudore e indifferenza. Con la stessa facilità. Con la stessa fragilità, che trasforma questi ricordi in parole da dire. Da raccontare. Come avessero un senso, fuori da un letto che non ci appartiene più. Ci siamo trovati ancora. A sciacquare i nostri piatti stanchi. I panni annoiati con cui rivestiamo i nostri ruoli. E guardarli mentre si asciugano. Aspettando una parola. Che faccia da colonna sonora al momento in cui ci alzeremo. Per uscire uno dall'altra. Senza sapere ancora, perchè sia così difficile. Lasciarsi andare a se stessi. Senza doversi per forza aggrappare all'altro. Senza per forza farlo sprofondare con noi. Con in testa l'idea folle, che ancora ci sia, qualcosa da fare.
Da tentare.
Da fallire.
Ci dev'essere dell'altro..
Nelle persone. Nelle loro dinamiche.
Nascosto tra le pieghe, delle loro dinamiche. Da qualche parte. Ci dev'essere dell'altro.
Mentre un amico mi parla. Mentre un politico spiega. Mentre la donna seduta di fronte a me a una cena, mi guarda e tace. Mentre le finestre msn si sovrappongono isteriche. Mentre mi chiarisco le idee. Mentre adocchio la personalità ammiccante, esibita sugli scaffali del supermercato. Dei rapporti a interessi zero. Che finge una tensione. Un'attenzione. Un'intenzione. Mentre ascolto miliardi di parole. Assemblate a caso. Con l'unico (non dichiarato) scopo, di riempire i crateri di un'esistenza, almeno parzialmente, vuota. Basta allungare un pò la mano, e lo senti, il vuoto tra una parola e l'altra. Che potrebbe essere riempito, almeno parzialmente, dal collante della coerenza. La parola più inutile e falsamente autogiustificativa. Ci dev'essere dell'altro. E a volte salta fuori. Inaspettato. Mentre ti stai rassegnando a credere, che sia tutta una tua idea.
Due soli minuti, ma certi. Vagare per un punto qualsiasi del globo. E non sentire. Nè vedere. Nessuno. Avvertire lo sterno che inizia a comprimersi, verso i polmoni. Contro i polmoni. I bronchi chiusi. Il panico. Di non avere nemici. Nessuno da odiare. Nessuno da biasimare. Nessuno le cui sofferenze siano maggiori delle mie. Nessuno da compatire. E poi tornare di qua. Felice. Di avere qualcuno che mi sta sul cazzo. A cui sto sul cazzo. Perchè è bello, odiarsi un pò. Per odio si fanno cose, che per amore non faremmo mai. Due minuti al giorno di silenzio garantito. Da giocarmi quando voglio io. Senza dover rendere conto a nessuno. Del perchè ora. Due minuti soli. Ma certi. In cui nessuno possa inserirsi tra me e i miei pensieri. Scollandoli dal posto dove stanno. Per restituirmeli ormai vecchi e inservibili. Una richiesta folle. Due minuti di tranquillità.
Un'esplosione di disgusto. La parola detta. Come una bomba. Equivocabile. E quasi sempre equivocata. Rievocabile, poi, con scarsa approssimazione. E quasi sempre rievocata. Poi. Con scarsa approssimazione. Con intenzione. Con astuzia. Per fare si che collimi con il teorema inquisitorio di cui ci stiamo ammantando. Nel quale stiamo affogando. Consapevoli. Integerrimi. Un pò stupidi. Molto stupiti. Della facilità con cui l'altro si sente colpevole. Basta insinuare il dubbio. Basta dire che ha detto. Basta dire: tu hai detto. Per regalare piccole colpe che riequilibrano la discussione. Non l'avevi detto? Non importa. Ormai non è questo, ciò di cui si discute. Ormai sei già colpevole, nel tuo sentirti un pò colpevole. L'importante è parlarsi. Il difficile è comprendersi. L'impossibile è rinunciare. A colpire. Colpire sempre. Dappertutto. E avere anche il coraggio di un'indignazione. Già. Ci vuole molto coraggio. Per riuscire ancora ad indignarsi. Senza sentirsi un pò fuoriluogo. Senza sentirsi ormai fuori moda. Come se fosse ancora normale, indignarsi per affermare il proprio diritto ad avere un'idea. Come se indignarsi potesse supplire alla mancanza di strumenti mentali per difendere il proprio pensiero. La grandezza del proprio pensiero. Proporzionale al grado di indignazione per l'incomprensione altrui. Tipico di ogni presunto genio. Forse sei un genio. Ci hai mai pensato?
I continui riferimenti a qualcosa di soprannaturale. Un grande fardello a cui delegare ragioni e paure, fallimenti, lutti e gioia. Il pensare che si possa spiegare. Spiegare sempre. Tutto. E che sia talmente machiavellico da sembrare quasi vero. Fino a una certa età non hai gli strumenti. Per capire. Dopo, è il tempo, che ti manca. Per chiederti qualcosa. E una raffica di no, come pallottole nella schiena dell'evoluzione umana, mi costringe, mio malgrado, a essere parte della giostra. Anche solo per il disprezzo che nutro. E che consuma energie che potrei impiegare in altre cose. Ad esempio, pulire il balcone. Esco e lo guardo, tutto ingombro di cose, di vasi. Di polvere. Mi avete proprio rotto i coglioni, ora.