domenica, 31 dicembre 2006

dove sarai in queste ore?

nel paradiso degli orchi?

o a new york,

con una barba finta a coprire quella vera?

postato da: sedici alle ore 09:07 | link | commenti
categorie: domande infrequenti
lunedì, 25 dicembre 2006

la tensione che scivola

avanti e indietro sui nervi

come fossero piste ghiacciate

senza trovare un varco

una fessura in cui infilarsi

nella quale rintanarsi e finalmente esplodere

con una scusa qualsiasi

e fare un danno qualsiasi

così, giusto per fare

così, giusto per avere un nemico

una scomodità

un lutto verso cui tendere.

mentre fuori il carrozzone chiassoso di una felicità imposta

percorre le strade come un grosso carro di carnevale

vorrei escluderlo da questa sala

vorrei non esserne contagiato

ma mi rendo conto

che per quanto non me ne freghi un cazzo

un pò me ne frega.

il rifiuto di questo tipo di celebrazione

ha liberato un posto

che non è stato riempito da nient'altro.

per cui la scelta tra essere felici per la nascita del tuffatore

e essere felici per qualcosa di serio

è in realtà una scelta viziata e scomoda.

che non aggiunge nulla, dopo aver tolto.

così come l'essere un amante a progetto

non ha lo stesso sapore del tempo indeterminato.

e non ti consente di aprire un mutuo

ne giorni di malattia o di ferie.

sento la bora a qualche metro da me.

oltre la finestra.

vorrei un risveglio da questa vita.

solo per qualche ora.

postato da: sedici alle ore 20:02 | link | commenti
categorie: maledizione
sabato, 23 dicembre 2006

sdoppiato tra il dover essere natalizio e il dover essere antinatalizio

mi chiedo dove sarà, me stesso, in queste ore.

spero in un posto migliore di qua.

e tu, dove sarai, tu, in queste ore?

sdoppiata tra mille sdoppiamenti, quale sceglierai di indossare,

per la cena della vigilia?

per il giorno dopo e quello dopo ancora,

immaginando i natali felici dei luoghi che ti diedero, che ci diedero, i natali.

e che ora distano, se li misuri in metri,

diversi metri.

se li misuri in anni,

diversi anni.

se li misuri in rabbia,

diverse rabbie.

se li misuri in attimi da cui non vorresti separarti mai,

ti accorgi che si sono separati loro,

da te. da me.

lasciandoci qui.

lasciandoci in questa bolla di carta che è la nostra vita

minacciati e allettati dalla bolla di carta

di  venditori ambulanti di se stessi,

di carta come noi, non credere,

anche se la carta del vicino è sempre più verde

e il pacco-regalo del vicino è sempre più verde.

l'offerta promozionale di una solitudine travestita da interessamento, di un vuoto pronto ad accogliere

l'egocentrismo di una vita intera

condensato e generosamente elargito 

in parole il cui senso profondo è meglio non indagare.

ci rimarremmo male.

a scoprire che la profondità non è verticale, ma orizzontale.

postato da: sedici alle ore 23:28 | link | commenti (6)
categorie:
giovedì, 21 dicembre 2006

caro babbo natale
cosi proprio non vale
sarà colpa dell'inflazione
l'aumento del prezzo di un'emozione

questo l'avevo scritto come commento a un altro post. poi, siccome sono un autoreferenziale di merda, ho deciso di pubblicarlo pure qui come fosse un post vero. dategliene dignità.

postato da: sedici alle ore 21:43 | link | commenti (5)
categorie: feste comandanti

non credevo.

l'ho sempre fatto.

di non credere.

ora non lo faccio nemmeno più

di non credere.

è talmente naturale

che non mi accorgo

di non starlo facendo.

perchè credere

è la soluzione semplice delle persone semplici

per non giudicare.

e credere a te

è la soluzione semplice per non giudicarti.

ma io ho giudizio.

e ti giudico eccome.

e giudicandoti ho smesso di crederti.

e accorgendomene ho smesso di farlo.

tu non esisti.

io nemmeno.

a che pro dunque?

postato da: sedici alle ore 21:41 | link | commenti (2)
categorie: poesia, giudizio universale

ce la farò,

ce la faremo,

ce la facciamo sempre,

a ingoiare tutto

e sorridere al cameriere

dicendo, se non squisito,

almeno grazie.

dicendo, se non grazie,

almeno nulla.

tacendo,

non ti dico: vaffanculo, questo ingoiatelo tu.

tacendo,

non ti dico mi piace, ma neanche mi fa schifo.

tacendo,

non ti dico mi piaci, ma neanche mi fai schifo.

tacendo,

butto giù tutto,

ingoio, appunto, ogni cosa.

e non è difficile, sai?

basta prenderla dal lato giusto.

quello che fa meno male,

se non vuoi farti male.

quello che fa più male,

se vuoi farti male.

l'importante è fare il ruttino,

alla fine,

come i neonati.

così lo sai,

che già sto digerendo.

così lo sai,

che sto aggiungendo altra polvere da sparo alla bomba che ho in serbo per te.

aspettando il vento giusto per l'esplosione

che mostri il mio talento.

prima di tornare in classe economica

con la sindrome da classe economica

nella vita delle persone

o più probabilmente nella mia.

sapendo che ogni tanto mi devo alzare a fare quattro passi,

per non rischiare una tromboflebite all'anima.

ma non in fase di decollo o di atterraggio.

perchè il comandante dice che non si può.

che le cinture devono essere bene allacciate.

è una fase delicata,

in cui occorre stare ognuno al proprio posto.

osservo il vassoio che la hostess mi porge.

ne osservo il contenuto,

scarno,

economicamente irrilevante,

come lo ingoio, questa volta?

da che parte?

postato da: sedici alle ore 21:13 | link | commenti
categorie: poesia
lunedì, 18 dicembre 2006

 

Permette questo ballo, direi entrando in questa stanza fumosa e calda vestito dell'odore del freddo. Quell'odore ferroso che immagino ti farebbe avvicinare a me, con un istinto di protezione e cura. Come fossi una cosa preziosa.

Permette questo ballo, direi allontanandoti con un ampio arco del braccio, lentamente, per farti capire che devi attendere che appoggi il mio cappotto squillante sullo schienale della sedia.

Permette questo ballo, direi attraversando la stanza mentre lancio un'occhiata distratta a un letto a volte familiare a volte ostile, che ora è sfatto e non da me.

Permette questo ballo, direi mentre la mia mano libera quel letto dalle lenzuola usate e dall'odore che si portano via, nella cesta dei panni da sciacquare, e lo riveste di altri colori, di colori freddi che stridono così tanto con quel che la gente immagina.

Permette questo ballo, direi mentre la puntina inizia a graffiare lanciando note tutto intorno e disegnando una musica che non abbiamo ascoltata mai come la gente immagina.

Permette questo ballo, direi mentre le mie braccia ti stringono intorno alla vita, cullandoti sull'aria di un valzer viennese, mentre gli occhi si feriscono a vicenda, ancora una volta privi di quella resistenza che un giorno vedrai, ci salverà.

Permette questo ballo, ti direi mentre le luci si spengono lente sulla vigliaccheria impotente di un infinito che sembra reale.

E poi non direi più niente, perchè non potrei dire altro

postato da: sedici alle ore 20:09 | link | commenti (1)
categorie: maledizione
sabato, 02 dicembre 2006

 

AUTUNNO



La montagna di fronte alla mia cucina è imbiancata, ogni mattina, da un sottile strato di brina. Le temperature si stanno abbassando drasticamente, l’inverno è alle porte, e si iniziano a vedere i primi berretti e le prime sciarpe. Per strada la gente tira su col naso, sprofonda le mani nelle tasche. I rapporti tra le persone risentono di questo clima ostile. Il freddo aumenta le distanze, alla chiusura dei corpi fa eco la chiusura degli animi. In cerca di un calore umano che difficilmente gli altri regalano, anzi, è centellinato goccia per goccia, le persone intorno a me dimostrano sempre meno voglia di aprirsi. Stratificati come cipolle, con il freddo aggiungiamo altri strati, e arrivare al cuore è più lungo e difficile. Si intravedono solo le superfici, e le superfici sono superficiali per definizione. D’altra parte l’autunno è, nel ciclo vitale, la pars destruens degli esseri viventi, quella in cui la natura, lentamente, muore. Difficile trovare particolare allegria nelle cose. Eppure l’immobilità gelata mi affascina e attira.

Tutto è, come me, fermo.

In attesa.


postato da: sedici alle ore 17:40 | link | commenti (1)
categorie: autunno
venerdì, 01 dicembre 2006

 

Ed ecco, finalmente, il silenzio.

La casa torna ad essere vuota.

Avevo preparato tutto nei minimi particolari.

Molte delle cose che ho allestito per te sono passate inosservate.

Molte delle cose che ho allestito per te, per questa commedia, un’altra commedia, non le hai viste. Mi vendi un’immagine di te che differisce da quella che compro ogni volta che ti incontro.

Compri un’immagine di me diversa da quella che vorrei venderti.

Non so perché mi muova verso di te.

Non so neanche se mi sto muovendo verso di te o è l’ennesima fantasia, l’ennesimo rifiuto della realtà.

Neanche mi somigli.

Potremmo al limite essere compagni di letto, fugacemente, qualche volta.

Eppure non vedo l’ora di stringerti, di accarezzarti.

Con quella sensazione di possesso, quel senso di appartenenza. Di sentire quegli istanti in cui sarai mia, scivolare. Velocemente. Illudendomi, ancora una volta, e qui sta il bello del gioco, che sia per sempre.

Mi presento a te agghindato come una marionetta, un buffone, gonfiando parti di me e reprimendone altre.

Nel timore che la tua superficialità, oh, la tua superficialità, la presumo. La sento. È reale.

Nel timore che la tua superficialità non colga tanta finezza.

Dovrei forse colorarmi, essere più appariscente.

Ma sono abituato a sedurre nell’ombra.

Non mi contento di pochi istanti di concessione. Voglio essere tutto.

Voglio, pretendo, la tua adorazione.

Come fosse ciò che mi salverà. Che mi toglierà da questo luogo mentale fatto di ripicche e invidie e sensazioni di inadeguatezza.

Eppure sento, come ogni volta, la superstizione che mi rimprovera tanto slancio. Come se il fatto di immaginarti tra le mie braccia potesse allontanarti da me.

Come se dovessi, per autodifesa, pensarti talmente distante che mai potrei raggiungerti.

Sapessi quante mete più distanti di te ho raggiunto e varcato. Non sarai l’ultima, ne la più lontana, ne la più brillante, a cadere.

Sento che potresti cadere anche domani. Se solo sapessi come. Se solo potessi finalmente capire qual è il segreto del mio successo.

Me lo domando sempre.

Ogni volta che lo sperimento.

Qual è il segreto che mi permette di stringervi.

Qual è il male che mi impedisce di sentirmi vivo, quando vi vedo stese, accanto a me, nude, senza protezione.

Quando vi abbandonate per la prima volta tra le mie braccia.

Non mi sento vivo.

Ne soddisfatto.

Sento che è naturale così.

E se non succederà sarà lo stesso naturale così.

In fondo.

In fondo.

Non c’è nulla.

In fondo.

Il tuo ricordo rimarrà in me. Finche vivrò.

Oppure finchè ne avrò memoria. Non garantisco.

In ogni caso è caduco e vincolato alla mia vita.

Perché solo io, questa sera, ti ho vista così.

Perché solo io, questa sera, dormirò con i tuoi occhi stampati nella mente,

in questo il nostro rapporto, se così si può chiamare, è unico

in questo, la mia storia con te, se così si può chiamare, è unica.

Perché io ti rivesto di una luce che non hai.

Se non per me.

Mi chiedo il senso ultimo di questa lotta per il possesso.

Mi sembra così banale.

Giocarmi tutto per te.

Eppure lo farò.

E perderò, inevitabilmente.

L’idea stessa che ho di te, della tua irraggiungibilità è forse solo un altro modo di chiamare l’incompatibilità.

Sarebbe bello stringerti.

Avvilupparti.

In questo nostro rapporto.

Se così si può chiamare.

E sprecare  minuti preziosi.

E svendere il mio tempo alla prima testa di cazzo, abbastanza testa di cazzo da sembrarmi un obiettivo degno di nota.

Di considerazione.

Come fai? Come fate?

A fottermi sempre allo stesso modo?

Finirò con lo sbatterti a un muro.

Perché questo è ciò che muove il mio vivere ora. E domani mi alzerò pensando a te.

Nonostante tutto.

postato da: sedici alle ore 17:37 | link | commenti
categorie: poesia