Mi fanno male le edicole. I giornali, le riviste coi loro inserti: un regalino, un
opuscolo, una cassetta, un gioco di società, un cappuccino e una brioches.
Mi fanno male quelli che comprano tutti i giornali.
Non mi fa male la libertà di stampa. Mi fa male la stampa.
Mi fa male che qualcuno creda ancora che i giornalisti si occupino di informare la gente.
I giornalisti, che vergogna! "L'etica professionale", "il sacrosanto
diritto all'informazione ". Cosa mettiamo oggi in prima pagina. Ma sì, i morti della
Bosnia. è un po' che non ne parla nessuno! Tutto, tutto così, mica scelgono le notizie più importanti, no, quelle che funzionano, che rendono di più... Certo, per le loro
carriere, per i loro meschini tornaconto, i loro padroni, padroncini... Mi fanno male le
loro facce presuntuose e spudorate. Mi fa male che possano scrivere liberamente e
indisturbati tutte le stronzate che vogliono! E’ questa libertà di stampa che mi fa
vomitare.
(Giorgio Gaber – mi fa male il mondo)
Riflettevo, in questi giorni, sul fenomeno, ma si, chiamiamolo così, il fenomeno Grillo. Un fenomeno strano. In un paese strano. Un paese in cui ci vuole un comico, ma mica solo uno, per fare quello che nei paesi civili viene fatto dalla stampa. Rompere i coglioni ai potenti, marcarli stretto, metterli all'angolo. E non è poi così strano, che qui ci riescano solo i comici. Basta farsi un giro sulle tivù per vedere che razza di informazione, di informazioni ci vengono fatte filtrare, piano piano, ogni giorno. Basta leggere “la scomparsa dei fatti” di Travaglio, per capire di cosa stiamo parlando. Basta fare un piccolo sforzo. Ma ci vuole tempo. Voglia. E si, anche un po' di testa. Per capire, o almeno sforzarsi di capire. Non ce l'ho mica con i meetupper o come si scrive, sia chiaro. Anzi. Ma mi informo, e non mi piace che basti una critica, anche velata, anche fatta da persone intelligenti in modo intelligente, vedi le opinioni di Luttazzi, uno che per aver fatto informazione “vera” ha pagato e paga tutt'ora, alla gestione o alle semplici modalità in cui vengono svolte le cose, per avere un'alzata di scudi sul Grillo-pensiero. Sarà che non sono tifoso di natura, vedi post precedente, ma tutta sta foga nel difendere un'idea apprezzabile, ma che solleva comunque dubbi, mi lascia un po' perplesso. Non credo basti dare appellativi risibili ai politici per svegliare una coscienza politica che dorme della grossa. E nemmeno cavalcare l'indignazione popolare, visto che soprattutto quest'ultima è ondivaga e malleabile a piacimento. E passa dal tirare monetine ai tangentisti al farne quasi dei santi, a seconda di chi parla in tv. E soprattutto credo che il concetto giusto-sbagliato sia molto più sottile di quel che si crede. Ma si, forse è vero che non siamo migliori di quelli a cui deleghiamo il compito di bacchettarci e guidarci. Mi ricorda molto, tutto questo polverone, il discorso di Brian alla folla (chi non ha visto Brian di Nazareth dei Monthy Python è pregato di provvedere al più presto, mi chiedo cos'avete fatto fin'ora), quando all'affermazione “voi non avete bisogno di un leader, pensate con la vostra testa”, la folla risponde “dicci di più”. Non so, fare liste civiche mi sembra un'idea, ma che ci voglia uno che sta in tv a ricordarlo agli smemorati mi suona stonato. Non potevano pensarci da soli? C'è sempre bisogno di uno che dica, che faccia, che pensi? C'è sempre bisogno di un eroe? Probabilmente si. E allora ben vengano le liste col bollino, e il controbollino, e il certificato iso qualcosamila. Il prossimo passo quale sarà? Arbitri di calcio col bollino di peo pericoli? Chierici a modo col bollino di suor germana? E pensare che basterebbe avere qualche giornalista in più, ma serio, e qualche opinionista in meno.
E pensare che c'era il pensiero, prima.
E ora?
Oggi mi hanno chiesto come immagino il mio funerale (certa gente non si fa mai i cazzi suoi). Ecco, io me lo immagino così: tutti vestiti da orsa. Pure io, certo. Immaginatevi la scena. Camera ardente. Orse che fanno l’ultima visita, la cosiddetta visita al morto, e poi parlottano tra loro in corridoio, cercando di evitare lo sguardo di quelli della camera ardente a fianco. Decine e decine di orse col tutù che seguono un carro funebre. Alcune che banalmente piangono, altre che si fanno gli affari loro. Ma senza la tranquillità di un funerale mimetico. È che detesto il dolore di piazza. Meglio l’imbarazzo. Quello almeno è genuino. Mi hanno chiesto anche come immagino il mio matrimonio. Ma ho fatto finta di non sentire. Non avrebbero voluto saperlo..
Tutti gli archetipi di un sogno rivelatore. Compreso me, che mi sveglio di soprassalto. Compreso me, che alle sei del mattino, davanti a uno schermo, traccio come posso una cronaca, se non del sogno, del suo finale. Cioè me che scrivo. Che almeno qualcosa rimanga. Qualcosa su cui riflettere. Sarà un messaggio subliminale, quello che mi mandi? Sarà la solita metacomunicazione, non potendo alzare il telefono e dirmi quello che succede, mi arriva per vie traverse. Una traccia lasciata da qualche parte, che poi germina la notte, sparando il suo messaggio come un carosello pubblicitario. Insolito. Ma funzionale. Non ti avrei mai creduta, altrimenti. Non ti avrei forse, nemmeno ascoltata. Come si fa da svegli, del resto. Si sente. Si ignora. A volte si lecca. Più spesso ci si lecca. E ci si scopre a sbrirciare, ancora, ogni tanto. Da quella parte. E a pensare chissà. E dopo il chissà, pensieri diversi, a seconda dell’umore. Io sto bene. Proprio ora. Proprio qui. Non è mica colpa mia. E in definitiva, non ho tracciato proprio nulla, solo mangiato qualche cosa, fumato, rotto il cazzo ai vicini con la musica, e recuperato la voglia di dormire. Almeno quella. Di dormire senza sogni. Per stanotte, sono a posto così.
Si, mi aspettano dei rimproveri. Che cosa ci posso fare? È colpa mia se compivo dodici anni qualche mese prima della dichiarazione di guerra? Forse le emozioni di quel periodo straordinario furono di un genere che non si prova mai a questa età; ma dal momento che non c’è niente di così formidabile che riesca a invecchiarci, malgrado le apparenze, era fatale che io agissi da bambino in un’avventura che avrebbe messo in imbarazzo persino un uomo fatto. Non sono il solo. Anche i miei coetanei ricorderanno questo periodo in modo diverso da chi è nato prima. E chi mi vuol male immagini pure ciò che fu la guerra per tanti ragazzini allora giovanissimi: quattro anni di grandi vacanze.
Raymond Radiguer,” il diavolo in corpo”.
Oggi la mamma è morta. O forse ieri, non so. Ho ricevuto un telegramma dall’ospizio: “ madre deceduta. Funerali domani. Distinti saluti”. Questo non dice nulla: è stato forse ieri. l’ospizio dei vecchi è a Marengo, a ottanta chilometri da Algeri. Prenderò l’autobus delle due e arriverò nel pomeriggio. Così potrò vegliarla e essere di ritorno domani sera. Ho chiesto due giorni di libertà al principale e con una scusa simile non poteva dirmi di no. ma non aveva l’aria contenta. Gli ho persino detto:”non è colpa mia”.
Albert Camus, “lo straniero”.
Avanzava, scalciando la neve profonda. Era un uomo disgustato. Si chiamava Svevo Bandini e abitava in quella strada, tre isolati più avanti. Aveva freddo, e le scarpe sfondate. Quella mattina le aveva rattoppate con dei pezzi di cartone di una scatola di pasta. Pasta che non era stata pagata. Ci aveva pensato proprio mentre infilava il cartone nelle scarpe.
Detestava la neve.
John Fante, “aspetta primavera, bandini”.
Venerdi sera sono andato a una festicciola a casa di un collega di lavoro. Eravamo una trentina e passa, tutti quadri di medio livello, tra i venticinque e i quarant’anni. A un certo punto una scema ha cominciato a spogliarsi. Si è sfilata la maglietta, poi il reggiseno, poi la gonna – il tutto facendo delle smorfie incredibili. È rimasta così qualche secondo, ad ancheggiare in mutandine; poi, non sapendo più che fare, si è rivestita. Peraltro è una che non la da a nessuno; il che sottolinea l’assurdità del suo contegno.
Michel Houellebecq, “estensione del dominio della lotta”.
Due notti da solo in una stanza, in compagnia di due flaconi da un’oncia di cocaina farmaceutica permisero a Mad Dog McCain di meritarsi pienamente il suo soprannome.
Edward Bunker, “cane mangia cane”.